L’alessitimia come disturbo della relazione affettiva tra infante e
accudente.
L’alessitemia è un disturbo considerato, non tanto una psicopatologia, quanto un deficit delle funzioni metacognitive e più in generale della funzione riflessiva del sé.
Il termine “alessitemia” deriva dal termine greco “alexisthymos” che
letteralmente significa assenza di parole per le emozioni, questo termine è stato utilizzato per la prima volta da Sifneos nel 1973 per descrivere un tratto di personalità tipico dei pazienti psicosomatici, contrassegnati da alcune caratteristiche peculiari:
la difficoltà ad esprimere le emozioni, limitata attività
fantasmatica e stile comunicativo incolore.
Un altro termine con cui si rappresenta la difficoltà dell’individuo alessitemico è “Emotional Blindness”, ovvero Cecità Emotiva, queste persone non riescono ad avere consapevolezza delle proprie emozioni e di conseguenza non riescono ad avere empatia e a riconoscerle negli altri.Un individuo alessitemico ha difficoltà ad elaborare le emozioni che rimangono in una forma grezza e non si possono esprimere a parole, manca l’immaginazione e il simbolismo per tradurre ciò che si sente in espressioni verbali e in consapevolezza, questo individuo tradurrà i suoi stati emotivi in agiti e somatizzazioni.
I soggetti cosiddetti alessitimici possiedono quindi degli stati affettivi
indifferenziati e poco regolati (Sifneos, 1973).
Secondo Taylor e colleghi l’alessitemia è un deficit “della consapevolezza soggettiva dell’elaborazione degli affetti” che ha queste caratteristiche principali:
1) La difficoltà ad identificare le emozioni;
2) La difficoltà a distinguere le emozioni tra di loro e dalle sensazioni somatiche;
3) La presenza di problemi nella comunicazione dei propri stati emotivi, causati anche da un limitato vocabolario emotivo;
4) Scarsa immaginazione
5) Lo stile cognitivo orientato all’esterno o oggettivo, che consiste nel focalizzare l’attenzione verso i dettagli concreti dell’ambiente esterno, con conseguente poca attenzione rivolta al significato soggettivo dei medesimi eventi (Taylor, Bagby & Parker, 1991).
Il soggetto alessitimico risulta carente soprattutto nella componente cognitivo-esperenziale e nella comunicazione interpersonale dell’emozione,
l’alessitimia viene dunque ad essere concettualizzata come un disturbo della regolazione affettiva (Taylor e al., 1991).
Sono state individuate molteplici cause dell’alessitimia, da quelle provocate da deficit o lesioni cerebrali, particolare interesse la funzione di comunicazione del corpo calloso per lo scambio e l’integrazione delle informazioni tra i due emisferi, a quelle traumatiche esperienziali, finanche quelle relative alle relazioni primarie disfunzionali o carenti, e proprio queste ultime saranno il
centro della nostra ricerca.
L’autore principale a cui farò riferimento è sicuramente John Bowlby,
considerato uno tra i più grandi psicoanalisti del ventesimo secolo che per primo ha differenziato gli stili di attaccamento in:
- sicuro
- insicuro evitante*
- insicuro ansioso/ambivalente
a cui poi si è aggiunto un altro stile il - disorientato/disorganizzato
- a seguito delle osservazioni derivanti della strange situation.
Nello studio dei soggetti alessitemici si è notato che avevano una storia familiare in cui era presente uno stile di attaccamento disfunzionale da parte del caregiver.
La maggior parte delle teorie di orientamento psicoanalitico più recenti sostengono che la regolazione e il contenimento di esperienze primitive, avvengano nei primissimi anni di vita del bambino all’interno del rapporto con l’accudente primario (Bion 1962, Winnicott, 1965, Kohut, 1976; Bowlby, 1989;Main, & al. 1985).
Il filone dell’Infant Reserch ha poi posto l’accento sulla specificità della regolazione reciproca madre-bambino: non solo il caregiver regola gli stati emotivi primitivi del bambino, ma viceversa i segnali affettivi provenienti dal bambino regolano l’affettività e il comportamento della madre (Stern,
1984,1985; Emde e al. 1991) ponendosi in parallelo col concetto di sintonizzazione. Bion (1962) ha evidenziato l’esistenza nel bambino di emozioni allo stato grezzo, di protoemozioni senza significato, che ha chiamato elementi β, che attraverso il rapporto con la figura accudente possono rispecchiarsi, contenersi,
prendere forma, essere consapevolizzate e diventare rappresentazioni mentali, emozioni, sogni, fantasie, pensieri coscienti e li ha chiamati elementi α, quando non avviene questa trasformazione gli elementi β, indigeriti, non sono pensabili
e vengono così evacuati come cose attraverso il corpo e la sensorialità o tramite l’azione.
Nella concezione di Bion la madre ha un ruolo importantissimo che è quello di contenere, assorbire, elaborare ed interpretare gli stati affettivi del bambino e quando questa funzione fallisce per carenze della madre il bambino e in futuro l’adulto sviluppa un contenitore interno difettoso, le emozioni non riescono ad
essere rappresentate mentalmente, non trovano forma e non possono essere pensate, ma rimangono a livello di percezioni, sensazioni, impulso all’azione è da questa spinta verso l’azione che si concretizzano poi i disturbi psicosomatici.
Si è visto una grande incidenza di alessitemici in pazienti affetti da malattie psicosomatiche classiche, alcuni autorevoli rappresentanti della scuola psicoanalitica francese guidata da Pierre Marty postulano l’esistenza di una particolare struttura di personalità, contraddistinta da una struttura premorbosa,
che rende i soggetti non adatti ad integrare i traumi psichici in una modalità che non sia quella somatica.
Un soggetto alessitemico arriva a piangere senza capirne il motivo poiché il pianto serve sia a esprimere un emozione sia a buttare fuori qualcosa di non elaborato (elementi β)
In Kohut (1976) la regolazione affettiva si realizza nel rapporto con l’oggetto- sé e questa regolazione si acquisisce mediante l’interorizzazione trasmutante
pur restando necessario il rispecchiamento con oggetti-sé maturi.
Grotstein attribuisce alla buona riuscita o meno della regolazione affettiva e fisiologica, realizzata inizialmente nella reciprocità dello scambio tra il soggetto accudente e il bambino e poi in via autonoma, i fondamenti della salute e della patologia di un individuo; i disturbi psicofisici sono considerati, allora, come
carenze di tale regolazione dell’organismo e le stesse pulsioni della teoria psicoanalitica vengono così interpretati alla luce del tentativo di ripristinare tale regolazione affettivo-fisiologica ottimale. (Grotstein & al.1997).
Secondo questo autore una carenza di contenimento e di sintonizzazione o un disturbo nelle relazioni primarie, fa sì che l’emozione rimanga ad uno stadio estremamente primitivo e pericoloso: per evitare di essere travolto da una valanga di emozioni ingestibili, il soggetto alessitimico mette in atto massicci
meccanismi difensivi contro l’affettività. Soggetti con elevati livello di alessitimia possono presentare sia un’espressione emotiva scarsa che un’espressione emotiva esagerata, non calibrata rispetto alle circostanze: questa sarebbe la differenza tra emozione elaborata ed emozione non elaborata come per l’ansia ed il panico, con valore adattivo la prima, immediato e terrificante il secondo.
In Fonagy e coll. (1991) si ipotizza che la capacità di regolazione affettiva sia indispensabile per lo sviluppo della “teoria della mente”, ovvero della rappresentazione mentale che si crea l’individuo del funzionamento mentale proprio e altrui, e considera indispensabile che l’emozione possa essere rappresentata mentalmente per non divenire dilagante, annientante. Queste duecapacità risultano gravemente danneggiate se il soggetto è stato sottoposto ad esperienze traumatiche, specie se prolungate (Fonagy & Target, 1996).
Le interazioni del neonato con la madre (o cargivers) sono incentrate sull’espressione di emozioni (Crugnola & Baioni, 2002), se quindi esistono delle emozioni di base che sono innate come patrimonio genetico, il vissuto soggettivo-esperienziale di tali emozioni e le emozioni più complesse si sviluppano già dai primissimi momenti dell’infanzia.
A partire da stati indifferenziati di soddisfazione o disagio avviene piano piano una differenziazione in emozioni specifiche e ben delineate e in contemporanea avviene una desomatizzazione, mentre le acquisizioni del secondo anno di vita in quanto a capacità di rappresentazione e linguaggio forniscono gli strumenti
necessari allo sviluppo di una consapevolezza emotiva soggettiva e nella capacità di identificare e regolare gli affetti, sia a livello intrapersonale che nelle relazioni con gli altri.
Quando il legame di attaccamento è sicuro il bambino impara attraverso il rispecchiamento coerente, ad utilizzare una valutazione cognitiva per modulare gli affetti e ad utilizzare gli affetti per arricchire la cognizione, mentre quando ha le caratteristiche dell’attaccamento evitante, ansioso o disorganizzato non
avrà la possibilità di trasformare le emozioni grezze, né di pensarle,
rappresentarle, ma potrà solo agirle, tramite azioni o psicosomatizzazioni. - Secondo la Teoria dell’Attaccamento (Main & al.,1985) i problemi di inibizione o disregolazione affettiva nascono da stili di attaccamento insicuri; questi si associano con schemi interni e modelli di rappresentazione che riflettono un mancato processo di integrazione delle informazioni affettive con quelle cognitive. Notiamo come il bambino con attaccamento insicuro-
evitante, il cui caregiver risulta rifiutante, emotivamente non disponibile e scarsamente espressivo tende a sviluppare dei problemi di riconoscimento ed espressione degli affetti e impara a basarsi esclusivamente sulla cognizione, mentre il bambino con attaccamento insicuro-ambivalente il cui caregiver fornisce risposte affettive incoerenti, fuorvianti, non prevedibili non sviluppa la
capacità di usare la cognizione per modulare gli affetti e funziona sulla base di affetti non regolati.
Da i vari studi si evince l’importanza della relazione primaria con il caregiver da cui dipenderà la capacità di regolare il proprio funzionamento interpersonale, le proprie emozioni e la capacità di capire gli altri, in sostanzala possibilità di sviluppare quella che Daniel Goleman ha bel illustrato nel suo costrutto di “intelligenza emotiva”.